Tratto dal testo di Roald Dahl "Revolting rhymes" nella versione italiana di Roberto Piumini

Fabio Uliano Grasselli,

contrabbasso e voce

 

 

Luciano Bosi,

percussioni e suoni narranti

 

«Le favole possono anche creare nuovi modi di vivere e nuovi mondi da abitare. [...] Immaginando menti alternative, modi alternativi di pensare e agire, gli esseri umani possono trasformare loro stessi e le loro comunità. ll senso del possibile della magia, cosi vivido nei bambini, è anche alla base di buona parte di ciò che è reale e fondamentale nelle nostre esistenze. E lo spazio delle possibilità immaginative umane è molto più esteso di quel che potrebbe mai concepire una mente individuale»

Alison Gopnik

 

«Ogni cosa che è in me e fuori di me, è soltanto il geroglifico di una forza a me affine. Ad ogni stato dell’anima corrisponde una qualche immagine fisica i cui segni cifrati emergono a tratti alla comprensione umana […] un’attività piena di animazione può esser detta “fuoco” che il tempo, come “corrente”, trascina con sé mentre l’eternità permane in “circolo”»

Schelling

Ciò che in questo progetto si mostra come prodotto finito, seppur sempre in continuo divenire, nasce dalla volontà di plasmare in forma di gesto-suono non solo una pausa d’arte nel frastuono dell’ordinario, ma una vera e propria visione del mondo che sentiamo appartenerci.

Anima umana e anima del mondo sono qui un tutt’uno, abitate dalle medesime forme primitive, archetipi multidimensionali del nostro Esserci; sensi acuti e all’erta possono sentirle emergere distintamente dalla trama della polifonia in armonico equilibrio, ma il nostro intento è comunicarvele, non spiegarvele. 

Perché arcaico è l’etnico pulsare ritmico delle percussioni. Pur intellettualmente collocato in mondi geograficamente e storicamente lontani, è immediatamente riconosciuto affine al tempo della coscienza individuale e collettiva, a remoti battiti della nostra storia precognitiva. 

Perché arcaico è il tocco familiare di una Cenerentola o di un Cappuccetto Rosso, figure amiche, profumate di buono, della cucina della nonna in una sera d’Autunno, dei trucioli dei pastelli il primo giorno di scuola, profumate di noi. 

Perché arcaico è il ritmo della rima, che arriva immediato ai sensi, ancor prima che al riconoscimento semantico.

Perché arcaica è la forma del sé data dalla narrazione. Narrare rappresenta secondo noi il modo d’elezione che l’essere umano possiede per far conoscere la propria storia; non è possibile presentarsi al mondo se non narrandosi.

Perché arcaici siamo noi...

Scoperchiato il paiolo vorticoso del nostro inconscio, ci riconosciamo inevitabilmente sovrascritti sulle generazioni che ci hanno preceduto, senza che il fulcro del nostro esistere sia di molto cambiato. Così, in molti passi di questo nostro cammino, ci siamo sorpresi a vestire i panni sonori nostri ed insieme di altri tempi e luoghi, come se dovessimo dar voce all’eco dell’eterno umano tentativo di trovare un senso al mondo attraverso la parola, la musica, il gesto, prima ancora che scienza e tecnica intervenissero e ogni giorno intervengano a mettere in noi ordine o confusione, a seconda dei punti di vista.

In ciò fa da cardine l’incontro fra individui e l’empatia che ne nasce. Noi, due individui, eppure tutti noi insieme: il pellegrinaggio di Fabio Uliano ha valicato le montagne degli enti matematici per approdare alla parola narrata, al verso che si fa suono, alla recitazione che si trasforma in caldo fiato emotivo. Luciano giunge da un itinerario di “educazione spirituale”, oltre che musicale, condotto alla ricerca di espressioni primigenie del darsi dell’identità umana nei suoni. Sua è l’intenzione di ricucire lo strappo che (fra le altre) la storia della musica colta occidentale ha prodotto tra gli uomini. Il ritmo con lui si espande come i cerchi che si riproducono al contatto di un sasso nell’acqua. Così i ribattuti sollecitano risposte, evocano richiami, trascinano nella danza. Con l’intento di chiamare l’Occidente ad una risposta non convenzionale e non esclusivamente involuta nella propria tradizione, si è aperta una nuova strada, un altro affluente: il contrabbasso, che sotto le versatili mani di Fabio Uliano si fa voce recitante nel grande contenitore-madre del ritmo degli antenati o di chi è lontano, dialogando attraverso le trame dell’improvvisazione, dell’emergere spontaneo del suono al di là di schemi preimpostati, in una perenne contaminazione che pone nuove ulteriori domande. Perché il contrabbasso, contro ogni seriosa previsione razionale, sa anche rintracciare la vicinanza emotiva, la comunanza fra due individui e quindi fra tutti. Ed il cerchio si chiude…

Come far emergere tale complessa trama perché fosse visibile non solo in controluce per noi ma divenisse  la vera protagonista del nostro disegno, del nostro pensiero? Occorreva un linguaggio comune, una grammatica e una sintassi che andasse al di là di qualsiasi sovrastruttura culturale, geografica, temporale, nel riconoscimento primordiale fra esseri umani.

Nasce così “Versi diVersi”, a partire dall’opera superba di Roald Dahl “Revolting Rhymes” (tradotta in italiano da Roberto Puimini col titolo “Versi perversi”): le fiabe si trasformano e la narrazione diviene ritmo accompagnato dalla rima, ma in esse Cappuccetto Rosso e gli amici della fiaba tradizionale si trasfigurano, giungendo fino a noi nella loro arcaica, ritmica, autentica umanità.

In Dahl queste fiabe si animano, gli animali gettano la loro maschera mostrando ciò che sono in realtà: volti umani deformati dai complessi, dall’infelicità, dai travestimenti del quieto vivere che nascondono i più gretti egoismi e le più devastanti bramosie, i più espliciti istinti predatori. I Re e le principesse abbandonano la loro fissità di burattini, gli animali desistono dalla loro presunta dabbenaggine o furbizia; ognuno di loro lascia cadere le vesti sontuose e rifugge da castelli incantati, brughiere incontaminate, villaggi sereni e diventa donna, uomo, bambino in carne ed ossa. 

L’intento è proprio quello di mettere in scena il riflesso del lago della nostra esistenza, nel quale confluiscono tre affluenti: gesti, suoni, parole, perché questo riflesso ci aiuti a rintracciare il vero volto delle nostre emozioni, a sollevare il velo che cela pensieri più intimi e ci consenta di soffiare sulla nebbia che nasconde la vita, per far apparire il complesso e segreto meccanismo che alle volte determina le nostre azioni e i nostri pensieri. 

Le percussioni ci immergono così in suoni lontani e narranti aiutandoci ad appianare le rughe lasciate dalla lotta quotidiana; insegnano ad usare ancora gli arti allo scandire trascinante del tempo, arti che gli inverni dell’anima hanno irrigidito; mostra come sbarazzarsi della polvere che concetti, orari, razionalità hanno depositato su di noi.

Incantesimi, sortilegi, animali amici o nemici perdono la drammaticità che avevano durante la nostra infanzia e ne acquisiscono un’altra meno fantasmagorica, ma altrettanto difficile da gestire. Sono in realtà le malattie della nostra anima, le relazioni sbagliate della nostra vita, i percorsi difficili che alle volte ci infliggono giornate intere di tristezza. 

E allora arriva l’improvvisazione della calda, grave voce del contrabbasso a fare da contrappunto sonoro che, amalgamandosi all’arcaicità percussiva, spolvera il quadro, raschia la parete e ci fa ritrovare l’inconscio di uno e di tutti, di una persona, di un popolo, di una nazione che si muove con noi e che può almeno evocare impressioni e, alla fine, farci e farvi compagnia. 

 

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